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LA MAGIA DI SERIGNAN ( bollettino Shotokai aprile 1995 )
Ultima settimana di luglio 1994. Ho dormito in un’area di servizio, sto tornando a casa dopo lo stage di Serignan. Sto tornando a casa con la pelle bruciata dal sole e dal vento, con i vestiti sporchi e pieni di sabbia nelle borse. Sto tornando a casa con un fardello di ricordi e sensazioni che pesa più di tutto ciò che ho ammucchiato nel mio camper. Si, ogni volta che finisce uno stage a Serignan, la prima sensazione è quella gran voglia di rimanere, di continuare a trovarsi sulla spiaggia, la mattina quando è ancora buio. Quelle mattine che maledicevo la sveglia mentre suonava, ma che mi infondevano una sensazine immensa di serenità e armonia, quella sensazione che ho avvertito la prima volta nel 1984 dietro quelle dune di sabbia, e da allora non l’ho più dimenticata ! Da quel giorno l’ho definita “la magia di Serignan” . E’ come se su quel tratto di spiaggia si fosse polarizzata una forza particolare che, giorno dopo giorno riesce a colmare il tuo spirito, dopo averlo svuotato da qualsiasi influenza negativa e da tutte le preoccupazioni che, fino a qualche giorno prima, facevano parte della tua vita quotidiana. Niente più da perdere nè da guadagnare, soltanto un vuoto grande come il mare e il cielo che circondano quella spiaggia. E in questo vuoto comincia a farsi sentire e a vivere la magia di Serignan. E saresti disposto a rinunciare a qualsiasi cosa pur di riuscire a trattenerla, pur di continuare a vivere con quello spirito puro e forte che avverti così tangibile soltanto in quei giorni di estenuante lavoro. Ma più vorresti imprigionarla dentro di te, più sei consapevole che, tornando a casa ne lascerai già un pò dietro quelle dune, un’altra parte dovrà lasciare il posto allo stress e ai problemi che la vita di tutti i giorni ci aspetta oltre il confine o comunque nella nostra città. Ma qualcosa ti resta dentro, e ogni anno sempre un pò di più. La riconosci nei momenti di maggior bisogno, nella palestra dove frequenti i corsi, in particolari situazioni di vita, quando qualcosa ti crolla addosso e ti fà ricordare il sole she sorge dal mare e ti dà la forza per reagire, per risollevarti. La riconosci perchè è sempre la più forte di tutte. E allora ti ritieni una persona fortunata perchè non esiste sensazione che possa appagarti maggiormente. Avverti un gran bisogno di ringraziare qualcuno se esiste tutto questo, ma quel qualcuno non c’è più, e comunque lo hai già ringraziato anche quest’anno, quando la mattina attraversavi le dune per andare in quella spiaggia. In fondo penso sia questo ciò che desiderava il Maestro Murakami, sapere che i suoi allievi avrebbero continuato nell’indirizzo che lui aveva tracciato, e con la stessa serietà e lo stesso impegno come quando c’era anche lui, questo dovrebbe valere anche per coloro che partecipando ad uno stage a Serignan pensano che il Maestro non sia più fra quelle dune. Qualche anno fa il Maestro Luis de Carvalho ci disse che lo stage di Serignan deve essere come un colpo di gong, le cui vibrazioni si propagano nell’aria, queste vibrazioni servono a ricordarci quella forza di spirito che abbiamo trovato durante uno stage. Ma come ogni onda sonora anche queste sono destinate a finire, allontanandosi per natura sempre di più dal punto dal quale sono partite. E’ per questo che ogni tanto fa bene fermarsi un attimo, soli, ad ascoltare il vento. Massimo Greco agosto 1994
RICORDI DEL MAESTRO MURAKAMI ( revue "Shoto" aout 1997 Paris )
La prima volta che lo vidi fu a Prato nel 1983, ero una delle tante cinture gialle che partecipavano a quello stage. Dopo averne tanto sentito parlare, finalmente mi si presentava l’occasione di vederlo e di poter seguire le sue lezioni. Fece il suo ingresso sul tappeto quando noi avevamo già cominciato la ginnastica di riscaldamento. Con la sua presenza riempì tutto lo spazio d’intorno. In quel momento mi assalì il terrore di non essere all’altezza del mio grado di cintura, pensai che gli allievi preparati da lui fossero come si vedeva in certi films. Cercai con lo sguardo i miei comagni di corso, e in fondo a destra, fra le cinture nere il mio maestro, che in quella occasione era diventato un allievo anche lui, certamente con più esperienza di me, ma pur sempre un allievo di questo straniero che adesso comandava tutti. Alla fine della mattinata mi sentivo come una persona che aveva appena scampato un pericolo, mentre facevo il conto alla rovescia delle lezioni che mancavano per terminare lo stage, inavvertitamente cominciavo a sentire il bisogno di ritornare sul tappeto per la lezione successiva. La mattina seguente mi fu dato l’incarico di fare da autista al Maestro, dovevo andare a prenderlo in albergo. Mi presentai in perfetto orario e lo trovai ad attendermi alla reception, mi diede il buongiorno e si incamminò verso la porta lasciando la sua borsa sul pavimento; capii che era compito mio, presi la borsa e lo seguii. La mia auto era in divieto di sosta a due passi dall’albergo, per non farlo camminare troppo (non si sa mai), entrò e ci avviammo verso la palestra. Durante il tragitto non disse una parola, tantomeno io. Maledissi dentro di me di aver accettato questo incarico, e non vedevo l’ora di arrivare. Mi dava l’imtressione che mi leggesse anche dentro il pensiero. Finiti i tre giorni di stage, quel giapponese di cui tutti avevamo un pò di soggezione, ripartiva così, in silenzio come era venuto, lasciando dentro ognuno di noi qualcosa di nuovo e di grande, come tutte le cose belle che ci vengono donate e non aspettano mai un ringraziamento. In questi anni mi è capitato spesso di ascoltare persone che, avendo smesso di praticare lo Shotokai che insegnava il Maestro Murakami, si permettevano di criticare i suoi metodi di insegnamento, definendoli troppo severi, si tratta comunque di persone che hanno trovato discipline più adatte a loro. Alcuni continuano regolarmente a cambiare ogni due o tre anni, giusto il tempo oltre il quale qualsiasi Arte marziale richiede qualcosa in più della semplice presenza in palestra, ed è proprio quel “qualcosa in più” che lui chiedeva ai suoi allievi. Da quel novembre del 1983 ho avuto l’opportunità di partecipare a tantissimi stages condotti dal Maestro Murakami, e adesso che sono passati tanti anni, mi sembra di capire che la cosa più importante che ho appreso dalle sue lezioni è che mi ha lasciato dentro una gran voglia di continuare sempre ... come quando c’era lui. la sua grande dote è stata di riuscire a trasmettere a coloro che allora erano i suoi allievi, quello spirio che si avvertiva durante le sue lezioni, cosicchè i praticanti che sono arrivati più tardi, possano ancora percepire certe sensazioni e cercare di continuare il lavoro come lui lo aveva impostato. Per coloro che invece hanno abbandonato ... è tutta un’altra storia. L’ultima volta che ho visto il Maestro Murakami è stato durante uno stage a Forlì, circa un anno prima della sua scomparsa. L’ultima volta che l’ho ringraziato invece, a Clamart nel 1994, sotto un grande albero, in un cimitero poco distante da Parigi. Me lo immaginavo proprio così il posto: grande e silenzioso, adatto alla sua persona. Quella forse è stata l’unica volta che sono riuscito a parlargli .
Massimo Greco 1997
UN VECCHIO MAESTRO ( revue "Shoto" mai 1999 Paris )
L’automobile si arrestò davanti ad una targa con poche scritte in giapponese, nel breve tempo che il congegno automatico apriva il cancello, il vecchio si soffermò a guardare il sogno di tutta una vita: uno stabile a due piani, più grande ancora dei progetti che aveva da giovane, più grande di tutte le altre palestre nei dintorni. Quello era il Dojo del famoso Maestro di Arti Marziali. “Una persona arrivata”, si pensava , che non ha alcuna sorta di problemi, e che può permettersi automobili di quel genere. L’uomo uscì dalla sua lussuosa auto e si avviò, nonostante la sua avanzata età, con passo sicuro verso la porta principale della palazzina. Raggiunse i suoi uffici e si apprestò a sbrigare, come di consuetudine, le operazioni di quotidiana amministrazione, in attesa della sua lezione mattutina. Una volta, da giovane, era molto più attivo ma adesso, alle soglie dei suoi settant’anni, aveva deciso di tenere solamente quella lezione di Tai Chi al mattino e una serale di Karate per le sue cinture nere. Tutti gli altri corsi li aveva affidati ai suoi allievi più anziani, e non sapeva più nemmeno lui quanti corsi riusciva a mantenare il Dojo, con i suoi cinque “tatami” e la altre due sale polivalanti. Di una cosa sola era consapevole: di aver creato un impero con un fatturato simile ad una grande industria, e per questo motivo era diventato fonte di invidia da parte della gente del posto e di tanti altri suoi colleghi. Come tutte le persone importanti ed impegnate, non aveva nè molto tempo nè voglia di parlare con gli altri, e questo suo atteggiamento solitario e silenzioso non faceva altro che aumentare il fascino “orientale” che aleggiava intorno a lui. Raramente lo venivano a trovare alcuni suoi coetanei, a volte anche francesi, allora spariva con loro per alcuni giorni e nessuno sapeva dove andassero nè cosa avessero da dirsi “quei vecchietti”. Ma i giovani non si preoccupavano più di tanto, continuavano le loro lezioni di arti marziali, e con esse la loro vita, per alcuni di loro ancora tutta da scoprire, data la loro giovane età. Talvolta si trovavano a fantasticare del “vecchio Maestro” e ne uscivano le storie più assurde: chi aveva sentito dire che era cresciuto ad Okinawa, chi invece diceva che in gioventù fosse stato un rivoluzionario violento ed anarchico, e tante altre storie di donne impazzite per lui, di vecchi maestri giapponesi ecc. Quello che non riuscivano a capire era il fatto che lui quasi tutti i giorni spariva per un paio di ore e nessuno sapeva nè dove andasse a nascondersi nè cosa andasse a fare durante quelle sue fughe, tanto che anche questo fatto era diventato motivo di infinite fantasticherie da parte degli allievi.
La candela riusciva a malapena ad illuminare l’album di fotografie aperto sul vecchio scrittoio, tutto d’intorno regnava un disordine quasi sacro: vecchie riviste e foto ingiallite erano incorniciate alle pareti. Avrebbe potuto aprire la finestra di fronte, ma non lo faceva più da tempo, quasi che la luce potesse dissolvere i ricordi che erano racchiusi là dentro. La sua attenzione si fermò su di una vecchia fotografia di tanti anni addietro, troppi. Una spiaggia sperduta in chissà quale parte del mondo, sullo sfondo si intravedevano alcune tende canadesi piazzate in disordine, un gruppo di persone con il kimono sporco di sabbia posava per una foto di gruppo. Una data in basso diceva: Serignan agosto 1997. Il Maestro Ferrini richiuse l’album, spense la candela e rimase qualche istante a pensare ancora ai tempi in cui godeva di una ricchezza ben più grande di quella attuale, alle lezioni nella sua vecchia baracca, agli amici di quegli anni, alle notti meravigliose anche dentro una tenda, e alla vita, a volte così sfacciata da sembrare il più temibile degli avversari. Indossò il suo vecchio “hibiki” ed entrò in una piccola stanza sul cui pavimento una volta doveva esserci un tatami verde, a considerare dalle chiazze rimaste qua e là. Fermo davanti al suo vecchio tappeto, sembrava aspettare che il vento gli portasse una voce lontana, che non sentiva più da tanto tempo; aspettava forse qualcosa di magico, qualcosa che ancora la vita gli doveva, dopo tanti sacrifici. Forse solo un semplice : “hajime” che lo riportasse almeno per una volta indietro, ai tempi di quelle foto, in quell’agosto del 1997. Ai tempi in cui ancora desiderava tutto questo.
Massimo Greco 1999
IL MIO MAESTRO
Il palazzetto era ancora gremito di gente, ma adesso si respirava un clima diverso: la gara di kata era terminata. Le tensioni che si avvertivano fino a poco tempo prima erano svanite, svaniti gli applausi, le urla degli spettatori i fischietti degli arbitri, tutto sembrava risolto in un respiro liberatorio. I ragazzi sorridevano felici davanti alle macchine fotografiche, si confrontavano le medaglie appese al collo; sembravano non avere fretta, come se volessero rimanere ancora un pò su quel palcoscenico che li aveva visti protagonisti in quella giornata che era stata tutta loro. Avevo accompagnato diciotto allievi la mattina a quel campionato, e adesso stavo per ritornare con diciotto medaglie e otto campioni regionali divisi per età e categoria. Mi godevo il successo di quei ragazzi da un angolo del palazzetto, li vedevo correre verso i loro genitori, raccontare la loro avventura con trasporto, chiamarsi l’uno con l’altro. Poi qualcuno dal centro di quella confusione mi chiama: è il momento delle foto ricordo. Tra i complimenti, le risate, le strette di mano mi giunge una domanda: - maestro ... ma tu hai mai avuto ... un maestro ?
Il sole bruciava di più sulle spalle, dove la pelle era rimasta protetta dal kimono, le mani ed il viso invece erano già abbronzati, eppure erano passati solo tre giorni dall’inizio dello stage. Il mio primo stage oltre frontiera, era il luglio del 1983. La spiaggia di Serignan era ancora una meta sconosciuta al turismo di massa, e vista da lì in riva al mare sembrava addirittura deserta. Le dune di sabbia nascondevano allo sguardo l’accampamento di tende e camper che formavano in quel disordine casuale una vivace baraccopoli, era il nostro mondo per quella settimana di stage. Bastava scollinare da quelle dune e si entrava nella vita frenetica del campeggio, musica, urla, rumori di pentole e vettovaglie, profumi vari di sughi. Ma da lì, in riva al mare, dove eravamo noi ... si sentiva solo il rumore della risacca e del vento. Il vento, il vero protagonista di Serignan. Ero seduto sulla sabbia insieme al mio maestro, ero l’unico dei suoi allievi che aveva fatto quasi ottocento chilometri di treno per andare a fare quello stage estivo in Francia, per finire in quella specie di deserto dei Tartari lontano ottocento anni luce da casa. Era la prima volta che mi trovavo da solo con lui, avrei potuto approfittarne per chiedere un parere, un consiglio, o ... un colpo segreto che ancora non ci aveva svelato durante le lezioni in palestra, ma temevo di disturbarlo dai pensieri nel quale sembrava assorto, lui probabilmente aspettava che gli chiedessi qualcosa , qualcosa che non arrivò mai. E così dopo una buona mezz’ora ci siamo alzati e siamo rientrati nel caos del campeggio, oltre le dune. Ma con quella serenità che si avverte solo dopo una tranquilla chiaccherata tra amici. Con il passare degli anni ci sarebbe stata molta più confidenza, non sarebbero mancate le occasioni per parlare, ma quel pomeriggio a Serignan, quella mezz’ora di silenzio in riva al mare è ancora oggi il ricordo di un insegnamento intenso. A volte le persone riescono a parlare anche attraverso i rumori della natura che li circonda, a volte si riesce ad arrivare all’anima anche attraverso canali che non siano la parola o l’udito. Sono cambiate tante cose da quel giorno, cambiano tante cose in venticinque anni, ma alcune rimangono, impresse come timbri indelebili nelle nostra memoria. Ogni tanto lo rivedo il mio maestro, a qualche stage, lui anche se mi vede non mi saluta mai per primo, è fatto così, vado io a salutarlo, e mi sembra che un pò gli si illuminino gli occhi quando gli stringo la mano, sarà una mia impressione, ma mi piace pensare che un pò mi consideri ancora uno dei suoi allievi. Certo lui di allievi ne ha avuti tanti, io di maestri solo lui.
Una piccola mano mi riporta alla realtà, sono ancora in posa a fare le foto con i piccoli campioni. - L’hai avuto o no un maestro ? - Certo che l’ho avuto un maestro ! - E com’era ? - Era ... era strano ! Non parlava quasi mai. A volte penso che sarebbe bello ritrovarsi adesso, ancora seduti davanti al mare, come quel pomeriggio, e accorgersi di come non sia cambiato niente al di là delle dune: la sabbia rossastra, il sole, il mare e il vento sono rimasti uguali a quel giorno, e non solo quegli elementi, ma anche qualcosa dentro di noi, una strana sensazione che sembra non volersi staccare da lì, e vuole a tutti i costi rimanere aggrappata a quel ricordo, al profumo di salsedine di quel luglio lontano, a quella forza nuova che ho sperimentato in quel mio primo stage a Serignan, ai miei vent’anni e al piacere di avere ancora tutto da imparare.
La prima volta ricordo che il sole era alto e bruciava di più, adesso invece, sul tardo pomeriggio, l’aria è più fresca, il mare molto più calmo, sembra rispecchiare lo stato d’animo dei nostri pensieri. Qualche ruga sul viso lascia delle piccole strisce bianche, a ricordare le estati che ci sono passate addosso; più della metà di questo stage che è la nostra vita, ce la siamo lasciata alle spalle. Non c’è più timore riverenziale fra due “ragazzi” di oltre cinquant’anni.
- Visto ? Siamo ancora qui .. - Si, ma tu te ne sei andato ! - No Sirio, ti sbagli ! Io sono sempre rimasto qui !
Massimo Greco 2009
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